Da l'Unità
Dirigente condannato per atti di libidine violenta Minacciò la vittima per costringerla a tacere «Attenta, se dici qualcosa finisci fuori della porta» Ora dal giudice c'è finito anche il proprietario accusato di non essere intervenuto per tempo «Lo informai subito, preferì far finta di niente»

Molestò una collega. Otto mesi.

Le molestie sessuali sul luogo di lavoro non riguardano solo ì diretti interessati - siano essi vittime o aggressori - ma anche chi ha la responsabilità delle relazioni interne. Chi dirige l'azienda è tenuto a fare quanto in suo potere perché certe cose non accadano. Sulla scorta di questo principio, una giovane impiegata modenese ha iniziato la battaglia contro un capo reparto molestatore ma anche contro il padrone dell'azienda che, messo di fronte all'episodio, aveva preferito non vedere.
Il primo round l'ha vinto lei: due giorni fa il giudice per le indagini preliminari (nella foto, il tribunale) ha condannato a otto mesi con rito abbreviato I.S, 35 anni, dirigente di una piccola azienda artigiana. Le sue attenzioni nei confronti della subalterna sono state classificate come «atti di libidine violenta». E non è finita. Davanti al pretore del lavoro pende ora una causa contro il proprietario dell'azienda, colui che scelse di non vedere. L'obiettivo dell'awocato Paolo Zavoli, che rappresenta la vittima, è ottenere il riconoscimento delle dimissioni per giusta causa. Già, perché alla fine la ragaua è stata costretta a lasciare l'impiego: «Asfissiata da un clima terribile».
La storia di Antonia (un nome di c vi-aa O) sembra nata per dimostrare come in certe condizioni l'a
zienda più efficiente possa trasformarsi in una micro-comunità fatta di rancori e diffidenze. Proprio una piccola industria, nella quale «non esisteva il sindacato» e dove il proprietario era un patriarca, è il conte-sto in cui, poco più di un anno fa, è maturato l'episodio.
Secondo l'accusa, I.S avrebbe prima aggredito fisicamente la ragazza per poi minacciarla: «Devi tacere, altrimenti qui per te non c'è più posto». «La mia cliente - racconta l'avvocato - ha dovuto sopportare la più dura solitudine: non solo è stata ignorata, per non dire osteggiata dai propri superiori. Le sue stesse colleghe l'hanno abbandonata, senza
concederle nemmeno il beneficio del dubbio». Un'ostilità che - dice Zavoli - si è poi ripresentata tale quale davanti al giudice: testimonianze al limite dell'omertà, poche conferme, molti si dice.
Nonostante la solitudine, nono-stante la minaccia - sempre presente - di essere messa alla porta, Antonia è arrivata sino in fondo. Purtroppo ci ha rimesso il lavoro (con le di-missioni presentate nella primavera scorsa) dopo aver fatto i conti con un datore di lavoro che - informato dell'accaduto - ha preferito fare spallucce piuttosto che interessarsi di quel suo dirigente aggressivo e a suo modo pericoloso. Adesso, al-
meno, le ragioni di quell'omissione dovranno essere spiegate al magi-strato. Perché nessuno si è impegnò per rislovere la situazione? E perché nessuno prese prowedimenti? È già un altro processo.
Ora di quell'azienda Antonia non ne vuole più sapere. Del resto - sottolinea l'awocato il licenziamento è arrivato ben prima delle sue di-missioni e nella maniera più subdola. Un licenziamento nei fatti, costruito mettendo la ragazza con le spalle al muro. Continuare a subire in silenzio, oppure fare le valigie. Sempre in silenzio, s'intende, per-ché il bene più prezioso è il «deco
ro» dell'azienda.


FULVIO ORLANDO

http://www.paolozavoli.it Di: Paolo Zavoli
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